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Aggiunto da segreteria
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[riportiamo il reportage fatto dal nostro amico Lorenzo Di Pietro così come pubblicato su Terra Mia del 04.02.2010]
di LORENZO DI PIETRO da Agadez
AFRICA. È una tappa fondamentale per coloro che vogliono raggiungere l’Europa o la parte nord del continente. Un viaggio nella città del Niger, tra gli ingranaggi di una macchina organizzativa che sfrutta il dramma di chi fugge dal proprio Paese.
«La mia famiglia mi ha rifiutato. È difficile da dire». Trattiene a stento le lacrime I.K., mentre tenta di spiegare le ragioni che lo hanno spinto a emigrare. Proviene dal Ghana, lo incontriamo ad Agadez dov’è di passaggio come migliaia di altri ragazzi. Per tutti coloro che da questa parte dell’Africa intendono raggiungere l’Europa, o comunque il nord del continente africano, questa città rappresenta un punto di passaggio ineludibile: è infatti il luogo di convergenza della rete viaria che parte dai Paesi dell’area all’origine dei flussi. È qui che si sono sviluppati la macchina organizzativa e quel sistema di connivenze indispensabili per raggiungere e attraversare il confine con la Libia e l’Algeria.
Agadez è una vera “multiservizi” della migrazione. Una marea umana di viaggiatori “abita” la città, alimentando un insospettabile mercato. I clandestini sono un affare molto redditizio da queste parti. Oltre a costituire fonte di reddito per la moltitudine di figure che si occupa a vario titolo di favorire il loro esodo, sono anche clienti delle locali attività economiche; sono però anche braccia per la manodopera locale e, se di sesso femminile, corpi da inserire nel circuito della prostituzione. Clandestina, ovviamente, poiché, di fronte all’espansione del fenomeno, da alcuni anni le autorità hanno deciso di vietarla.
Nel corso del tempo sono andati definendosi ruoli specifici per rispondere alle necessità dei migranti. Tra le diverse figure spiccano il passeur e il cockser, o connection man, colui che “assiste” il migrante durante la permanenza in città: è il cockser che prende in consegna queste persone dalle mani della polizia al momento dell’ingresso nel centro abitato, procura loro l’alloggio e, in seguito, il mezzo su cui lasceranno il posto alla volta della frontiera. In sostanza è lui a decidere quanto ciascun migrante resterà in città, a alimentandone l’economia e qualche volta il sottobosco criminale. Abbiamo conosciuto uno di questi “addetti ai migranti” che, al termine di una lunga trattativa, ci ha consentito di entrare in uno dei luoghi dove un centinaio di clandestini alloggiano lontano da sguardi indiscreti, nell’attesa di proseguire il viaggio.
Una Rosarno nel deserto
Fuori, sulla strada, intorno a una panca alcune persone bivaccano, facendo nel contempo da vedette: a nessun estraneo è consentito l’ingresso; e noi siamo i primi occidentali, qui ad Agadez, che possono vedere questi luoghi. Appena entrati ci troviamo di fronte una vecchia casa colonica circondata da un ampio cortile, dove molti ragazzi sono seduti o vagano, discutono, assembrati in piccoli gruppi. Tutti ci guardano con espressione più sorpresa che di diffidenza. L’aia si presenta subito nella sua cruda essenzialità: una parabola, un cumulo di rifiuti, un capanno, rifugio dei migranti provenienti dalla Repubblica di Guinea, lì sotto al freddo vivono, cucinano e dormono. Qualche parete di fango, senza tetto, a delimitare un paio di spazi nei quali due vecchie pentole sporche, poggiate su ceppi già arsi, fungono da cucine per ivoriani e ganesi. Semi, tuberi: si cuoce ciò che si riesce a trovare, perché il vitto non è compreso nel pacchetto.
La casa è invece un tugurio. Uno stretto e buio corridoio offre la vista di tante stanzette dove su tappeti dormono, mangiano o restano semplicemente stesi nella penombra a guardare il soffitto uomini con gli abiti consunti e gli sguardi smarriti che spesso indossano t-shirt delle squadre di calcio italiane o inglesi. Non ci sono tavoli né sedie, non ci sono luci, tanto meno prese di corrente, solo e zaini ammucchiati e tappeti come pavimento, per limitare il contatto con la polvere, poiché è la nuda terra a costituire la pavimentazione di queste case. Le scarpe vengono lasciate all’ingresso. L’atmosfera è tetra, gli ambienti malsani e maleodoranti. Ciascuna stanza ospita una specifica comunità: nigeriani, ganesi, burkinabè, camerunensi, parlano dialetti diversi, alcuni provengono da Paesi ex colonie inglesi, i restanti sono francofoni. All’interno di ciascuna comunità c’è interazione, solidarietà e sostegno, ma tra i diversi gruppi quasi non c’è rapporto, a ciascuno la sua stanza, il suo cibo, la sua cucina. Il suo cockser. Gli unici spazi comuni sono rappresentati dal cortile e da una sala più grande di altre, l’unica illuminata dove campeggia sempre accesa la tv, un focolare che riunisce attorno a programmi delle più note televisioni europee tutte le comunità senza distinzione. Fissi, di fronte allo schermo, in religioso silenzio.
Sono stupiti della nostra presenza ma dopo qualche minuto iniziano ad avvicinarsi, chiedono chi siamo con fare pacifico, con il desiderio di rompere il silenzio con questi ospiti inattesi. Sono tutti malati, chiedono aiuto. Alcuni sono giunti qui sui cassoni dei camion viaggiando per più di 1.500 chilometri, in buona parte su piste di sabbia e sassi, che spesso gli autisti preferiscono alle strade asfaltate per evitare i controlli. Lamentano problemi ossei, respiratori, molti hanno la malaria e problemi agli occhi. Un ragazzo ha un arto infetto, una mano gonfia come un melone.
Ciascuno porta con se le malattie contratte prima e durante il viaggio, impossibile non contagiarsi reciprocamente in un luogo del genere. Alcuni hanno la febbre, dicono di avere freddo e chiedono vestiti. Non inganni il fatto di trovarsi in Africa, qui di notte la temperatura scende sotto i 15 gradi, pochi per chi possiede solo una maglietta. Fuggono da storie di stenti, di emarginazione e spesso di rifiuto da parte delle loro famiglie, alcuni perché diventati orfani troppo presto, con la responsabilità dei fratelli minori, cui devono inviare i soldi che ancora non sanno come guadagnare. Alcuni si accontenterebbero di lavorare in Libia, che però non può assorbirne ancora molti. Per tutti l’Europa è un sogno, l’unica vera speranza, dicono, per sopravvivere.
Il rimpatrio:
quasi una condanna a morte
Chiediamo se sappiano cosa stia accadendo in Libia: «Certo - è la risposta - è da li che vengo, sono stato rispedito indietro, ma devo ritentare. Non ho alternative, nel mio Paese morirei di fame». Parla un refoulé, uno cioè che è già stato respinto dal confine libico dai militari di Gheddafi, come previsto a seguito dell’accordo tra il leader libico e Berlusconi. Ha finito i soldi, come molti altri, che esprimono senza vergogna la loro frustrazione. Si dicono “intrappolati”: senza una famiglia cui chiedere aiuto e senza denaro sono bloccati lì, non possono proseguire né tornare indietro. “Imprigionati”, appunto. Di giorno vagano per la città alla ricerca di qualsiasi lavoro, e qualcuno purtroppo finisce anche in cattive mani.
Tecnicamente non possiamo chiamarli rimpatri: dalla Libia queste persone non vengono rimandate in patria, cioè nel Paese da cui provengono; più semplicemente, con le armi delle guardie libiche puntate contro, sono obbligate a varcare a ritroso il confine con il Niger. Non importa da dove provengano, dovranno affrontare 80 chilometri di Sahara a piedi, fino a Madama, un avamposto militare in pieno deserto. Non c’è modo per proseguire da lì, se non pagando un viaggio di ritorno agli stessi trafficanti di uomini che li hanno aiutati ad attraversare illegalmente il confine. Secondo un testimone, sarebbe proprio uno di questi “professionisti della migrazione clandestina”, nipote del sultano di Dirkou, il macellaio che nel marzo scorso abbandonò 363 persone in mezzo al deserto dopo averne incassato i soldi del “biglietto di ritorno”. Morirono tutti. Una parte dei cadaveri di questa povera gente è stata ritrovata e ritratta nel video che circola su YouTube, “Dead in the Sahara desert”, realizzato con un cellulare e inserito in rete il 13 dicembre 2009 da un utente americano. Il video è passato per molte mani nei mesi scorsi, ma a parlarci della sua realizzazione è l’autore stesso, I.D. detto Simbo, che abbiamo incontrato ad Agadez. L’uomo che era con lui durante la ripresa, un ex poliziotto libico, è morto qualche mese dopo in circostanze non chiare.
Molte storie si affollano in questo luogo e trasudano dalle mura della città di fango, la cui economia è stata messa in ginocchio dal lungo isolamento causato dalla guerriglia e da politiche sbagliate, che vede oggi nei migranti la sua ultima fonte di sostentamento. In questa parte del mondo si vive di migrazione. E sempre di più, di migrazione si muore.
… Continuadi LORENZO CASTELLANI
Molto si è parlato in questo periodo di crisi del ritorno dello Stato. Tuttavia il ritorno dello Stato nei meccanismi dell’economia non solo non è auspicabile da chi, come i liberali, crede fermamente del libero mercato, ma è di fatto impossibile. Pensiamo all’Italia. Il nostro Paese ha il terzo debito pubblico al mondo. La spesa pubblica non può in alcun modo essere pompata come metodo di risoluzione della crisi economica. Il sistema collasserebbe. Crisi nuove impongono nuove soluzioni. Un particolare aspetto del libero mercato, spesso trascurato dall’informazione economica, è quello del welfare dei privati.
La crisi può essere battuta dai privati. Senza l’aiuto dello Stato. Che cosa è il welfare dei privati? Sono tutta quella serie di associazioni, gruppi ed iniziative che partono dal basso, cioè dai cittadini, e funzionano come forme di assistenza solidale nei confronti di coloro che si trovano in difficoltà. Se pensiamo al sistema anglosassone, alla Svezia o anche alla Germania ci accorgiamo come il sistema del welfare si basi molto sui privati. Questi gruppi, proprio perchè composti da privati, sono molto attenti alla selezione degli interessi e giocano a vantaggio di chi ne ha realmente bisogno e necessità.
Vengono così evitate le odiose forme di clientelismo, assistenzialismo, di funzionari nominati dai partiti che costituiscono un vero e proprio cancro nel nostro Paese. Lo Stato non deve intervenire bensì cercare solamente di promuovere tali iniziative e di mettere i privati nelle condizioni di realizzarle. Alcuni esempi? “Repubblica degli stagisti” è un’associazione che si mobilita per la selezione, garantisce la qualità e favorisce l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro o la responsabilità sociale delle imprese per la quale ad esempio le stesse costruiscono gli asili per i figli dei dipendenti o alcune iniziative della Chiesa Cattolica o le agenzie per il lavoro o i cosidetti placement office.
In altre parole per welfare dei privati si intendono tutte quelle iniziative con sfondo solidaristico e che sono espressione della consapevolezza dei cittadini della incapacità dello Stato di ovviare alle condizioni di debolezza. Loro stessi si mobilitano per fronteggiare queste situazioni di debolezza economico-sociale secondo quel senso di “fraternitè” di derivazione illuminista. Molto spesso inoltre c’è anche un ritorno in termini economici e di sviluppo. Viene seguito un principio di libertà nella strutturazione di queste aggregazioni che possono creare sviluppo e questo naturalmente va a vantaggio di tutti. Si crea pertanto una rete. Aiutare un cittadino a rimuovere le proprie difficoltà affinchè questo superato tale momento possa fare lo stesso verso altre persone. Il perno del sistema non è l’assistenzialismo bensì lo spirito di solidarietà che crea una interazione virtuosa tra privati. Qual è il rapporto tra welfare dei privati e la normativa italiana?
Il welfare dei privati cerca di riempire le lacune dello Stato sociale e garantire un livello minimo di trattamento superiore a quello previsto dalla normativa. Serve a garantire migliori standard di tutela in un’ottica puramente privatista per la quale le aziende che forniscono un’occupazione di qualità fruiscono di un ritorno di immagine e di pace sociale. Il welfare dei privati è uno strumento di merito attraverso tali associazioni infatti si riesce a selezionare i migliori ragazzi e a garantire loro un’occupazione di qualità.
Come dicono tutti gli economisti liberali americani i diritti costano, non basta scriverli in leggi per garantirli, ma servono risorse. Lo Stato non ha queste risorse. Di conseguenza i privati cittadini sentono la necessità di organizzarsi secondo un principio di solidarietà. In Italia tale fenomeno può essere aiutato nella sua evoluzione perchè fortunatamente esiste un alto livello di risparmio privato. Allora è necessario partire proprio dai privati e anche da queste forme associative spontanee per costruire uno sviluppo che il nostro Paese attende da troppo tempo.
… ContinuaL’Osservatorio sulla scuola dell’autonomia, attivato nell’ambito del Centro di ricerca Bachelet della LUISS Guido Carli, promuove una tavola
rotonda su “Cittadinanza e Costituzione: un filo rosso nella formazione scolastica”.
L’iniziativa prende spunto anche dalla pubblicazione del volume curato da Luciano Corradini (“Cittadinanza e Costituzione. Disciplinarità e trasversalità alla prova della sperimentazione nazionale”, Tecnodid, Napoli 2009), su cui si è sviluppato un dibattito pubblico su organi di stampa nazionali, con interventi di esperti ed editorialisti. D’altra parte, spunti significativi di riflessione in materia sono emersi anche nella discussione a più voci originata dalla recente lettera pubblica di Pier Luigi Celli al figlio, che ha posto il problema del rapporto dei giovani col nostro Paese e le relative istituzioni.
Si tratta di mettere a fuoco problemi e prospettive formative utili aperte dall’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione, introdotto in via sperimentale nel sistema italiano di istruzione a partire dal corrente anno scolastico, con l’intento di sensibilizzare il mondo della scuola ai principi ed ai valori costituzionali che rappresentano il substrato della comunità nazionale.
La tavola rotonda - che sarà introdotta dal responsabile del MIUR in materia - si propone di confrontare, con un approccio necessariamente interdisciplinare, i punti di vista di docenti ed esperti di varie discipline cointeressate, nonché di protagonisti dei media,
valutando anche le esperienze in corso o in progetto e le possibili iniziative di formazione dei docenti e di predisposizione di materiali di supporto didattico.
Coordina
Gian Candido De Martin, Direttore del Centro Bachelet LUISS
Osservatorio sulla scuola dell’autonomia
introduce
Giovanni Biondi, Capo Dipartimento per la Programmazione
e la gestione delle risorse umane, finanziarie e strumentali MIUR
Discutono
Gregorio Arena, Università di Trento
Alessandro Cavalli, Università di Pavia
Pier Luigi Celli, Direttore Generale della LUISS Guido Carli
Luciano Corradini, Emerito Università di Roma Tre
Antonio De Napoli, Presidente Forum Nazionale dei Giovani
Alessandro Pajno, Presidente di sezione del Consiglio di Stato
Annamaria Poggi, Università di Torino e Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo
Sergio Rizzo, Scrittore ed editorialista del Corriere della sera
Paolo Ruffini, Vice Direttore Generale RAI
Anna Paola Tantucci, Presidente E.I.P. (Ecole Instrument de Paix)
Sofia Ventura, Università di Bologna
Nicolò Zanon, Università di Milano
conclude
Ugo De Siervo, Vice Presidente della Corte costituzionale
[riportiamo il reportage fatto dal nostro amico Lorenzo Di Pietro così come pubblicato su Terra Mia del 17.12.2010]
REPORTAGE. Lungo il Niger per seguire le rotte della migrazione. Uomini che cercano il futuro in Nord Africa e alcuni proveranno a varcare il Mediterraneo.
di LORENZO DI PIETRO
Niamey, capitale del Niger: mancano due ore all’alba. Tutto è pronto, i bus allineati con i fari accesi, puntati verso i cancelli blu ancora chiusi. Via-vai di donne e uomini con il loro bagaglio, tappeti, sacchi di tuberi, stoffe e altri oggetti. Siamo al capolinea dei pullman, uno dei nodi nevralgici sulle rotte dei migranti. Su ciascun mezzo è possibile leggere la destinazione: Accra e Bamako, rispettivamente in Ghana e in Mali, dove si arriva al termine di un lungo viaggio che attraversa anche il Burkina Faso. Sono solo due delle tipiche rotte di ritorno, oggi più battute che in passato, a seguito delle nuove norme anti-immigrazione. Un altro pullman andrà a Zinder, verso est, il quarto ad Arlit, 1300 km attraverso il Sahel, toccando città come Agades, porta del Teneré, riferimento logistico per le esplorazioni di uranio e snodo cruciale dei flussi migratori. La città è al centro dei traffici carovanieri fin dall’antichità, oggi è un crocevia di migranti, principale risorsa economica di una città rimasta lungamente isolata per via della guerriglia.
Molti viaggiatori conservano il carattere tradizionale della migrazione locale, quella che termina solitamente nei paesi dell’Africa del nord, senza alcuna intenzione di raggiungere l’Europa. Solamente una parte di queste persone intende raggiungere l’altra sponda del Mediterraneo. Da Agades partono i camion diretti in Algeria e soprattutto a nord est, verso l’oasi di Dirkou, tappa obbligatoria per tutti coloro che puntano alla Libia. La migrazione interna è un aspetto di cui l’Europa - Italia e Spagna in testa - sembra non aver tenuto conto nell’ambito degli accordi bilaterali con i paesi del Nord Africa, che oggi rimpatriano indiscriminatamente i viaggiatori diretti in Europa e quelli che raggiungono il maghreb come lavoratori stagionali, quando la stagione delle piogge è ormai terminata, e le riserve di cibo esaurite.
Giardinieri, operai, ma anche minatori nelle miniere di carbone algerine, faranno ritorno ai loro villaggi alcuni mesi più tardi, quando il clima consentirà nuovi raccolti. Quando il pullman inizia il suo viaggio è ancora notte, ma quando il sole spunta all’orizzonte la temperatura inizia rapidamente a salire. Una moltitudine di villaggi e case di fango e paglia fanno da contorno lungo i primi 600 chilometri. Per ogni villaggio c’è una fermata, e una folla di persone che si accalca intorno al pullman per vendere cipolle, carne di montone abbrustolita e acqua sigillata in buste di plastica trasparente, le stesse distribuite dalla compagnia di trasporto alla partenza. Attraversiamo luoghi come Dogon Doutchi, simbolo della resistenza nigeriana all’avanzata dei colonizzatori europei, fu qui che -racconta lo storico Abdoulaye Mamanì- all’inizio ‘900, i tirailleurs, le truppe coloniali francesi, composte da senegalesi e maliani comandati da Voulet Chanoine, furono costretti ad arrestare l’avanzata, di fronte alla resistenza opposta dalle popolazioni locali capeggiate dalla regina amazzone Saraounia Mangou.
Siamo in zona touareg, una società tradizionalmente matriarcale e di matrice animista, dove hanno iniziato a spuntare come funghi le moschee costruite dalla cooperazione saudita o kuwaitiana, strutture visibilmente distinguibili per il colore turchese delle porte e dei tetti dei minareti, che contrastano il color fango delle costruzioni circostanti. All’ingresso campeggia sempre ben distinguibile un cartello scritto in arabo, gli unici in questa lingua che è possibile incontrare in da queste parti, dove le lingue parlate sono unicamente haussa, tamasheq o zarma, oltre all’immancabile francese.
La gente scruta un occidentale così fuori posto in quel viaggio, con sguardi di diffidenza, che facilmente si sciolgono di fronte a un sorriso. A metà percorso sale un gruppo di giovani, avranno vent’anni, si distinguono sia per gli abiti occidentali, che per i tratti somatici visibilmente diversi. Prendono posto intorno a me, l’occasione è buona per raccogliere qualche informazione sul loro conto, ma non reagiscono ai miei tentativi di socializzare, uno di essi fa cenno agli altri di non rispondere. Si parlano in inglese, una lingua che in Niger conoscono in pochissimi, tutto ciò lascia intuire una provenienza dai paesi anglofoni dell’Africa occidentale. Dopo un lungo corteggiamento riesco a sapere che intendono attraversare il confine libico, ma alla domanda se intendano raggiungere l’Europa, si rifiutano di rispondere.
Gli ultimi 200 chilometri sono durissimi, l’asfalto termina definitivamente e il viaggio prosegue su piste di sabbia, le buche sono insopportabili, i sobbalzi violenti abbastanza da far battere la testa. Qualche bagaglio cade sulla testa dei passeggeri, è il trionfo di polvere, terra e sabbia, impossibile non respirarli. Lungo questo tratto di strada i bus non vengono lasciati passare da soli, è troppo alto il pericolo di banditismo, un prodotto della guerriglia che ha recentemente deposto le armi, senza aver ancora fatto rientro nelle case. I mezzi di passaggio vengono bloccati dai militari, che dopo averne incolonnati alcuni fanno partire un convoglio: tre fuoristrada con uomini armati ci scorteranno fino ad Agades, dove il mio viaggio terminerà verso sera. È venerdì, alle 16.00 il tramonto infiamma i colori, il convoglio si ferma per la preghiera, ma dai tre pullman che lo compongono solo 5 persone scenderanno a pregare.
Il viaggio riprende senza sosta fino all’ingresso della città, dove un posto di blocco militare controlla l’accesso. i viaggiatori senza documenti vengono fatti scendere. Un locale mi dice che che resteranno lì fino a fine giornata, quando il traffico terminerà, lontano da occhi indiscreti verranno lasciati andare sotto pagamento. Per i militari un modo per arrotondare stipendi che spesso tardano ad arrivare. Quando il bus entra finalmente alla gare routiere è ormai notte. Prima ancora che i passeggeri possano scendere, i bagagli vengono scaricati a terra sollevando nuvole di polvere e sabbia. Il bus proseguirà verso Arlit, la zona delle miniere di uranio. La strada attraversa l’area l’Air, la zona montuosa roccaforte della guerriglia. Un lavoro complicato attende ora ad Agades, raccontare in controluce un’attualità che scotta ogni giorno di più, e dove distratto o connivente, a fare l’indiano è il ricco occidente.
… Continuadi LUCA MARTINELLI
Sono ormai abituato, con crescente disappunto, a sentirmi ripetere ogni 27 gennaio di ciascun anno che “sì vabbè, ricordiamo l’Olocausto, ma ricordiamoci anche che Israele sta costruendo muri contro i palestinesi”.
Non si sa bene perché questo accada, con precisione fiscale, ogni anno. Sta di fatto che questa abitudinaria presa di posizione altrui, oggi, mi porta a reagire con un po’ più di fermezza ad uno stantio refrain per cui “la vittima si è fatta carnefice”.
Mi sento un po’ in colpa a coinvolgere i nostri “venticinque lettori” in questa bega che - come giustamente i suddetti lettori possono arguire - non li coinvolge direttamente, e me ne scuso con loro. Ma ritengo sia arrivato il momento di fare chiarezza su quello che, per me, significa onorare il Giorno della Memoria.
Non sono mai stato una persona che ricorda e onora la memoria di qualcosa o qualcuno a comando. La memoria di un avvenimento storico la coltivo ogni giorno. Sono sincero se dico che per me, agnostico, ognuno di questi singoli avvenimenti ha la stessa importanza che per una persona osservante hanno le ricorrenze religiose.
Per me, ricordare non è un atto di banale conformismo o un’occasione per fare polemica: è un momento di ricerca personale della verità, in cui rinnovo la promessa che ho fatto a me stesso anni fa di non contribuire con “pensieri, parole, opere e omissioni” al ripetersi di azioni violente, ricordandomi che “questo è stato” e che mai più dovrà essere. In qualunque forma.
Trovo anche per questo motivo stucchevole ripresentarmi ogni anno la solita tiritera sul Muro di difesa israeliano. Dico “anche”, perché non è l’unico motivo.
In generale, trovo fuorviante, a mio umile avviso, un approccio alla Storia per cui due eventi storici diversi possano essere messi in correlazione con azzardati paralleli. Non voglio dire che non si possa mai operare una comparazione, ma ritengo che ogni evento storico è unico ed irripetibile, che una comparazione mette a confronto due oggetti di ricerca che sono incommensurabili.
In questo caso abbiamo, da un lato, il terrificante genocidio stabilito a tavolino di ebrei, zingari, slavi, disabili e dissidenti; dall’altro, un conflitto pluridecennale probabilmente fra i più complessi ed articolati, impossibile da semplificare in poche battute. La differenza io la vedo. Magari perché sono di parte, ma la vedo.
Confondere le due cose significa fare una enorme confusione fra “ebrei” ed “Israele”: i primi, vittime 65-70 anni fa di un odio inimmaginabile che li voleva rendere cenere da disperdere al vento; la seconda, una Nazione che da 63 anni a questa parte lotta per la sua sopravvivenza.
Alla confusione terminologica, si aggiunge l’eccessiva semplificazione del conflitto arabo-israeliano, le cui responsabilità non possono essere addossate alla sola Israele. Torti e ragioni sono da entrambe le parti. Gli attori interni ed esterni coinvolti nel conflitto sono tanti, ognuno con la propria parte di interessi e di responsabilità.
Ignorare questa complessità, ricondurre semplicisticamente il Muro di difesa ai muri dei campi di sterminio significa mischiare mele e pere nello stesso paniere. Il fatto che lo facciano anche intellettuali ebrei o israeliani non significa che questa equazione acquisti maggior valore.
C’è infine un terzo - ed ultimo, tranquilli - motivo per cui non vedo di buon occhio operazioni del genere. Mi permetto una metafora azzardata per illustrarlo: è come se io, agnostico, mi recassi una domenica in chiesa e ricordassi ai fedeli che, proprio in nome di quel Dio che stanno celebrando, sono state combattute le Crociate.
Pure ipotizzando una reazione dell’uditorio completamente pacifica e disponibile al dialogo, penso che comunque qualcuno avrebbe da ridire su luogo e tempo della mia esternazione. Così come mi si potrebbe far notare che parlare di Crociate ad una messa è un po’ come mangiare cavoli a merenda.
L’opportunità di gesti del genere, per carità, resta alla valutazione del singolo. Per quel che mi riguarda, credo di aver reso chiaro il mio punto di vista in materia.
di STEFANO MORANDI
Leggo un po’ dovunque grande entusiasmo per la vittoria di Vendola alle primarie del PD in Puglia. ora, sapete bene che pur aborrendo il PDL sono ben lontano dallo schierarmi col PD (con questo pd, in particolare). tuttavia, la notizia della vittoria di Vendola mi preoccupa non poco: Vendola non fa parte del PD! Hanno fatto tante storie per la candidatura di grillo alla segreteria e adesso candidano il leader di un’altra formazione (sinistra ecologia e libertà) come loro candidato alla presidenza della Puglia?
Non so, io trovo che ci sia qualcosa che non va.
Forse sarà il fatto che alle europee il PD abbia preso il 26% mentre sel abbia preso solo il 3%. forse sarà il fatto che trovo assurdo che il leader di un partito sia il candidato di un altro. o forse… già, forse… forse è il fatto che da un partito del 26% mi sembrerebbe legittimo aspettarsi che un nome gradito alla base possa essere espresso dall’interno!
Qualcuno dice che dall’interno i capipartito avrebbero accettato solo boccia… siamo a posto! allora chiaritelo, “PD” non significa “Partito Democratico”, significa “Partito Dirigista”! altri danno la colpa alla nomenklatura ex PCI vicina a Bersani (per non fare nomi faccio un cognome, d’alema, ma se gradite si può dire anche veltroni) dicendo che finchè ci saranno loro gli indipendenti voteranno grillo, sel e simili. ma io penso che non sia possibile addossare tutta la colpa agli ex pci, anche gli ex margherita di sicuro non stanno a guardare.
Probabilmente l’ipotesi dirigista è la più corretta, ma il povero Boccia ne è vittima, non causa. Come ebbi già occasione di dire (qui per chi voglia approfondire), non è solo colpa degli ex pci, ma di tutta la nomenklatura del pd, che ha voluto fare un partito dalla facciata nuova ma che sotto la patina è tale e quale ad un qualunque partito di vecchia concezione. E dietro il luccichio delle primarie (quasi mai fatte con più di un candidato “vero”) e della possibilità di aprire circoli con pochissime persone, si ritrovano a ben guardare i vecchi vizi (anche da prima Repubblica!) del do ut des, dei veti incrociati, dei rapporti di forza e così via. con una “piccola” aggravante: questa volta questi vizi sono tutti interni ad un partito, anzi, si mostrano in tutto il loro splendore nella dirigenza (non conoscendo i livelli più bassi non posso esprimere giudizi generali, ma i risultati a livello nazionale sono alla fin fine opera della dirigenza, e questi “risultati” parlano chiaro). Risultato di questo modo di condurre il partito (n.b: il maggior partito di opposizione!) è che le idee fresche sono compresse dai sistemi incartapecoriti che come tutte le cattive abitudini non muoiono mai, e che chi all’interno del partito potrebbe anche piacere alla base non ha modo di emergere (o lo ha molto raramente, lodevole il caso serracchiani). Anzi, molto spesso chi emerge è visto (a torto o a ragione, a seconda dei casi) come l’uomo della nomenklatura di turno, quindi con sospetto. Per questo dico che Boccia è una vittima. In un altro PD forse avrebbe vinto lui queste primarie, senza la zavorra della “benedizione” centrale. Non so se sarebbe stato un bene o un male, non ho elementi a sufficienza per poterlo dire, quello che so è che detto questo è chiaro perchè la vittoria di Vendola non mi stupisce, ma mi preoccupa molto.
… Continuaora per i blogger italiani di qualità sarà più facile monetizzare il proprio impegno
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… ContinuaSi terrà lunedì 25 gennaio, alle ore 21.00, al CRT-Teatro dell’Arte di viale Alemagna 6, la presentazione del libro “La notte tace, la Shoah nella poesia ebraica“. La serata, promossa dall’Associazione Italia Israele, il cui intento è promuovere la reciproca conoscenza tra i due paesi con momenti di solidarietà e incontri culturali soprattutto con i giovani, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune e l’editore Salomone Belforte, è stata organizzata in occasione della Giornata della Memoria per presentare un’antologia di poesie scritte in lingua ebraica ora tradotte in italiano.
Il programma dell’iniziativa è stato studiato in maniera da coinvolgere i giovani studenti liceali milanesi: saranno loro infatti a leggere alcune delle poesia tratte dall’antologia, intercalate da canti e melodie di autori ebrei del periodo della Shoah.
Saranno presenti:
Andrea Vento, direttore del settore Promozione e cooperazione culturale del Comune
Sara Ferrari, curatrice del volume
Dario Fertilio del Corriere della Sera
Victor Magiar dell’Unione delle Comunità Ebraiche italiane
Massimo Giuliani, docente all’Università di Trento
Modera Piero Ostellino, Presidente dell’Associazione Italia Israele di Milano
… Continuadi MARTA FERRUCCI
Il 2009 è stato un anno di importanti riforme per l’università italiana e il 2010 l’anno in cui verranno messe in atto. I finanziamenti a pioggia, ad esempio, fanno parte del passato e nell’università del futuro, oltre a conti più controllati, ci sarà anche il Progress Test per gli studenti, un sistema che consentirà di valutare la qualità dell’insegnamento e dei corsi universitari. Sarà un test nazionale e quindi uguale per tutti che nelle facoltà di Medicina è stato già adottato con successo anni fa.
Il quiz servirà a valutare l’efficacia degli atenei, la preparazione degli studenti ed i risultati ottenuti contribuiranno a stilare la classifica delle università più virtuose, quelle con la migliore didattica e con il maggior numero di laureati “ben preparati”. Gli atenei indulgenti, quelli che regalano i voti per aumentare il numero di laureati ed ottenere maggiori finanziamenti, saranno smascherati dal test. Il Ministro Gelmini vuole legare il 20-25% dei finanziamenti al merito ed il “quizzone” servirà proprio a questo.
Anche professori e ricercatori avranno i voti in pagella per rendere misurabile la qualità del loro lavoro. I criteri di giudizio saranno gli insegnamenti tenuti nel corso dell’anno accademico, le pubblicazioni, le ore di insegnamento svolte, esami registrati, tesi di laurea seguite. Chi non si adegua avrà penalizzazioni in busta paga con aumenti dimezzati dal 2011 e, a fare le spese di questa politica, saranno soprattutto i baroni che trascurano la didattica.
L’anagrafe, insomma, servirà a dare agli studenti e alle loro famiglie delle informazioni oggettive sugli atenei. Mostrerà quali sono i docenti validi e quali no, i corsi con la miglior didattica, con gli studenti più preparati, con il maggior numero di laureati.
Non tutti sono daccordo con i criteri di questa valutazione e c’è chi giustamente sostiene che la qualità del proprio lavoro non possa dipendere la quantità di pubblicazioni realizzate. Tra qualche mese si dovrà stilare una nuova classifica degli atenei e per allora i criteri di valutazione dovranno essere chiari e condivisi.
Sabato 23 gennaio 2010, dalle ore 09,00 alle ore 14,00, presso la Sala Convegni dell’Hotel Crowne Plaza, in via Aurelia Antica 415 a Roma, “il Movimento d’Opinione” svolgerà un Convegno sul tema “La Sicurezza di prossimità: la prevenzione come metodo d’intervento.
Porre il concetto di “Sicurezza di prossimità” al centro dell’attenzione è indice della volontà, da parte de “il Movimento d’Opinione”, di affrontare questo problema complesso sotto un punto di vista non consueto del cittadino, il destinatario finale del bene “sicurezza”, e capire se questo avverte questa sensazione proprio lì dove vive e lavora, nelle strade che percorre, nei luoghi deputati al suo svago ed al suo tempo libero, in definitiva la possibilità di rapportarsi con serenità all’ambiente che lo circonda.
Per ambiente ovviamente si intende l’accezione più ampia attribuibile a questo termine lessicale. Sicurezza, quindi, come bene fruibile nella vita di tutti i giorni, un bene offerto e garantito non soltanto dagli organi centrali dello Stato come le Forze di Polizia, ma anche da molte altre organizzazioni, pubbliche o private, che operano per loro stessa intrinseca specificità veramente “a contatto di gomito” con la gente.
Nel convegno di sabato avranno anche voce quanti nella quotidianità del loro lavoro si occupano della sicurezza dei cittadini, essendo con loro a più diretto e stretto contatto. Non è facile arrivare ad un’esatta valutazione di questo vero e proprio “esercito”, che è composto approssimativamente da più di 400.00 persone. Un esercito pagato sovente in modo più diretto dal cittadino, un articolato complesso di donne e uomini che tutti i giorni scende in campo vestendo uniformi e divise diverse, spesso armato soltanto della capacità di interagire con intelligenza con tutti.
È ancora da ultimo utile sottolineare, per conoscere con completezza ogni sfaccettatura di quanto verrà discusso nel corso del convegno, che il settore di argomentazione centrale sul quale ogni Relatore verrà chiamato a dare il suo contributo, sarà quello della prevenzione.
Hotel “Crowne Plaza”
Via Aurelia Antica 415, Roma
Sabato 23 Gennaio 2010
dalle ore 09.00 alle ore 14.00
Interviene
Luca Malcotti
Vicecoordinatore Vicario PDL Roma
Consulente del Sindaco per i Bisogni dei Cittadini
Relatori
Massimo Coltrinari
Direttore de “il Secondo Risorgimento d’Italia”
Francesco Corona
Docente della Facoltà di Ingegneria di Tor Vergata, Roma
Antonio Del Greco
Direttore Autorità Portunale ed Aereoportuale del Lazio, Umbria, Sardegna
Angelo Giuliani
Comandante dei Vigili Urbani della Città di Roma
Gianni Grilli
Direttore Generale del Gruppo Grilli Security Safety
Alfredo Mantici
Esperto di intelligence & security
Maurizio Navarra
Esperto di intelligence & security
Romano Piazzini
Comandante della Polizia Cantonale del Canton Ticino
Vittorfranco Pisano
Capo Dipartimento Sicurezza e Intellingence Università di Lugano
Roberto Torrente
Comandante della Polizia Municipale Città di Lugano
Luca Bieri
Capo di Stato Maggiore della Polizia Cantonale del Canton Ticino
Introduce
Temistocle Sidoti
Presidente de “Il Movimento d’Opinione”
Coordina
Maurizio Navarra
Vice Presidente de “Il Movimento d’Opinione”
Per motivi organizzativi si prega confermare la propria partecipazione
via email a: ilmovimento@hotmail.it
Post aggiunto da Piero Sampiero il 26 Ottobre 2009 alle 12:50
Post aggiunto da Piero Sampiero il 18 Ottobre 2009 alle 12:38
Post aggiunto da Piero Sampiero il 10 Settembre 2009 alle 12:29
Post aggiunto da Piero Sampiero il 31 Agosto 2009 alle 14:30
Post aggiunto da Piero Sampiero il 1 Luglio 2009 alle 12:42
Post aggiunto da Piero Sampiero il 1 Luglio 2009 alle 10:11
Post aggiunto da Piero Sampiero il 29 Giugno 2009 alle 19:30
Post aggiunto da Piero Sampiero il 25 Giugno 2009 alle 12:13
Post aggiunto da Piero Sampiero il 24 Giugno 2009 alle 20:03
Post aggiunto da Piero Sampiero il 15 Giugno 2009 alle 12:49
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